lunedì 4 luglio 2016

Terremoti e fracking: uno studio americano conferma il legame

Ci sono voluti anni di studi, ricerche, analisi di dati, allarmi, sospetti e smentite ma, alla fine, la conferma sembra essere arrivata: il fracking èpotenzialmente pericoloso perché in grado di scatenare eventi sismici non trascurabili. È questa la conclusione che si ricava daldocumento di previsione del rischio sismico per il 2016, relativo agli Stati centro-orientali degli USA, pubblicato dal Servizio Geologico degli Stati Uniti (United States Geological Survey). A rendere diverso da tutti gli altri (e anche piuttosto inquietante) il report dello scorso 28 marzo, appena rivisto il 17 giugno, sono due parole: “terremoti indotti”.
Perché è la prima volta che l’agenzia governativa USA preposta a monitorare le questioni geologiche del Paese, prende in esame i terremoti indotti oltre a quelli di origine naturale. Ma, poi, indotti da chi? Ovviamente dagli uomini e dalle attività estrattive, prima fra tutte il famigerato fracking, la controversa tecnica di fratturazione idraulica delle rocce per estrarne shale gas e petrolio.
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Mappa delle previsioni di danno da terremoti naturali e indotti. Fonte:USGS
CHE COS’È IL FRACKING Il fracking è una particolare tecnica estrattiva usata per ottenere gas naturale e petrolio sfruttando il fatto che notevoli quantità di tali preziose materie, sono intrappolate in certi tipi di rocce, dette scistose. Il problema, però, è che non si tratta di tradizionali giacimenti: nel caso del fracking, per liberare il gas e il petrolio incluso nelle rocce, bisogna letteralmente fratturare gli strati rocciosi profondi e ciò è fattoiniettando nel sottosuolo grandi quantità di acqua ad alta pressione, mista a solventi chimici e sabbia. A questo punto, una parte dell’acqua torna in superficie con il gas o il petrolio liberato e deve essere opportunamente trattata, mentre un’altra parte resta intrappolata in profondità nel sottosuolo.
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Schema di un pozzo per il fracking. Fonte: BBC
Ora, volendo anche tralasciare tutti i problemi legati all’enorme quantità di acqua necessaria per queste operazioni e i rischi che tale miscela, prima o poi, finisca per inquinare le falde acquifere destinate all’agricoltura, all’allevamento o all’uso umano, restano comunque glieffetti collaterali della frantumazione degli strati rocciosi interessati dall’attività estrattiva. È proprio quest’ultimo aspetto del fracking che, sempre più spesso, è stato ritenuto responsabile di una notevole attività sismica rilevata nelle aree in cui maggiore è la presenza di impianti per l’estrazione. In altre parole, sarebbero proprio queste attività all’origine dei terremoti indotti, di cui si parla nel documento dell’USGS.
IL LEGAME CON I TERREMOTIGià da parecchi anni, soprattutto in alcuni Stati degli USA, dove ilfracking ha avuto un’enorme diffusione, si era ipotizzato un nesso causale tra la concentrazione dei pozzi e la crescente attività sismica rilevata, sebbene di intensità piuttosto contenuta. Ciononostante, finora, questo legame era stato sempre respinto (ovviamente) dalle società estrattrici, per mancanza di prove scientifiche certe. Ora invece il documento dell’USGS cambia lo scenario, non solo perché considerascientificamente plausibile il legame tra fracking e attività sismica, ma ne quantifica anche il rischio derivante.
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Mappa delle zone degli USA con presenza di pozzi associati e non associati ad attività sismica. Fonte: U.S. Geological Survey
Secondo gli autori del report, in alcune aree interessate da attività sismica indotta, il rischio di eventi per il 2016 è superiore di un fattore tre rispetto al Modello Nazionale di Rischio Sismico del 2014 (National Seismic Hazard Model) e questo semplicemente perché il modello del 2014 non teneva conto proprio dei terremoti indotti. Il nuovo scenario, invece, indica che in alcune zone dell’Oklahoma, Kansas, Colorado, New Mexico, Texas e Arkansas (dove è concentrata la maggior parte degli impianti per il fracking) potrebbero verificarsi danni consistenti, qualora la sismicità indotta non dovesse accennare a diminuire. In questo caso la probabilità di eventi di Intensità Mercalli Modificata (Modified Mercalli Intensity) pari a sei o addirittura superiore, è compresa tra il 5 e il 12% all’anno nel centro-nord dell’Oklahoma e nel Kansas meridionale e coinvolgerebbe una popolazione di sette milioni di persone, giudicate potenzialmente a rischio. Ma questo scenario è particolarmente inquietante soprattutto perché si tratta di valori del tutto simili a quelli collegati ai terremoti di origine naturale di alcune regioni della California, solo che, in questo caso, la causa dei terremoti sarebbe esclusivamente antropica.
Su questo punto i ricercatori dell’USGS sono espliciti, tanto da chiarire che, quando nel documento parlano di sismicità “indotta” o “potenzialmente indotta”, intendono che «la sismicità in una data regione, ha mostrato un aumento nel tasso di terremoti che può essere attribuito alle attività umane, come l’iniezione di fluidi o l’estrazione». E, se ancora non bastasse, sul sito web dell’USGS si legge: «Come anche in altre parti del mondo, ci sono prove che alcuni terremoti verificatisi nella zona centrale e orientale degli Stati Uniti, sono stati attivati ​​o causati dalle attività umane che hanno modificato le condizioni di stress nella crosta terrestre, in misura sufficiente a indurre la fagliazione. Le attività che hanno indotto tali terremoti includono l’arginamento di acque con dighe, l’iniezione di liquidi nella crosta terrestre, l’estrazione di fluidi o gas, e la rimozione di roccia in attività minerarie o estrattive. Sebbene si presuma che il numero dei terremoti indotti sia molto più piccolo di quello dei terremoti naturali, molti sismologi sono convinti che in alcune regioni, come gli Stati centro-meridionali degli USA, una maggioranza significativa dei recenti terremoti siano stati indotti dall’uomo».
IL GIOCO VALE ANCORA LA CANDELA?A questo punto, sebbene come evidenziano gli stessi autori del report, l’effettivo legame tra attività di fracking e manifestazioni sismiche vada analizzato caso per caso, studiando la morfologia e la geologia dei singoli siti, esistono indizi fortissimi e non più eludibili di un rapporto diretto causa-effetto, tra attività antropiche e rischio sismico.
Il punto cruciale di tutta la questione, come sempre, però, è di natura economica. La scoperta negli ultimi vent’anni di ingenti riserve di shale gas negli Usa e il loro massiccio sfruttamento ha letteralmente rianimato la moribonda industria estrattiva americana, risollevando la nazione da una potenziale gravissima crisi energetica e svincolandola dalla pericolosissima (e costosissima) dipendenza dalle fonti energetiche estere. Anzi, grazie al fracking e alle risorse che questo sistema ha messo a disposizione dell’industria e di tutta la società, gli USA hanno riconquistato una posizione di predominio dei mercati energetici a livello globale, al punto da poter anche esportare le proprie risorse.
È ovvio, dunque, che in un simile scenario sia stato facile e giustificabile accettare la contropartita di un rischio per la popolazione (peraltro ancora controverso e tutto da provare), in cambio del mantenimento dello stile di vita americano e della produttività della sua industria. Ma ora che il crollo del prezzo sui mercati internazionali ha reso il petrolio nuovamente appetibile e concorrenziale rispetto a ciò che si estrae nei propri confini, vale ancora la pena di mettere a rischio la sicurezza dei cittadini americani con l’estrazione dello shale gas, con tutte le sue complicazioni e controindicazioni? Per giunta proprio ora che le prove scientifiche della pericolosità del fracking per l’ambiente cominciano ad accumularsi?
La risposta a questa domanda spetta prima di tutto agli americani ma è ovvio che si tratta di una questione che, prima o poi, in una forma o in un’altra, toccherà tutti gli abitanti del pianeta, che dovranno fare i conti e soppesare con attenzione costi e benefici di qualsiasi tecnologia. Quello che è certo, intanto, è che negli USA il settore estrattivo dello shale gas ha già pesantemente risentito della situazione, portando a un crollo della produzione.
Nuova immagineLa diminuzione del numero di impianti estrattivi di shale gas negli USA. Fonte: reneweconomy.com.au
Un’altra certezza è che, presto o tardi, i pozzi si esauriranno (e già si è visto che per lo shale gas ciò accade piuttosto presto) ma i danni all’ambiente e i problemi creati dalle tecnologie usate resteranno, anche per le future generazioni. E allora? Non sarebbe il caso, una volta di più, di rivedere il modello energetico e produttivo su cui si basa la nostra società? http://www.rivistamicron.it/temi/terremoti-e-fracking-uno-studio-americano-conferma-il-legame/

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