mercoledì 27 novembre 2013

La seconda rata Imu non si paga Trovata la copertura con gli acconti

Il governo incassa l'informale via libera di Francoforte sulla rivalutazione delle quote della Banca centrale, che per lo Stato vale oltre un miliardo d'imposte. Verso limite al 5% per i soci, due anni per cedere quote in eccesso. L'esecutivo fa cassa con gli acconti e può approvare il decreto che cancella la seconda rata dell'imposta sulla casa. Sul tavolo anche la vendita di immobili pubblici. MILANO - La seconda rata Imu non si paga. "Il governo ha mantenuto l'impegno che aveva assunto di abolire il pagamento della seconda rata dell'Imu e ha contemporaneamente modificato lo statuto della Banca d'Italia con la rivalutazione delle quote secondo il documento dell'istituto reso pubblico qualche giorno fa". Lo ha detto in conferenza stampa il ministro dell'Economia, Fabrizio Saccomanni, al termine del Cdm. "L'importo della rata dell'Imu abolita è di 2,150 miliardi, compresi gli immobili strumentali agricoli e viene coperta essenzialmente con interventi sul sistema bancario - spiega Saccomanni - con una quota di un terzo con anticipi sull'imposizione del risparmio amministrato e 2 terzi con aumenti di anticipi su Ires e Irap a fronte di un aumento delle aliquote che graverà solo per un anno sulle banche". L'anticipo corrisposto, spiega ancora il ministro "sarà vicino al 130 %".


Il governo ha anche ricevuto da Francoforte il nulla ostainformale sulla modifica del valore delle quote di Banca d'Italia. Il decreto legge, discusso ma non approvato la scorsa settimana in Consiglio dei Ministri proprio per la mancanza dell'avallo della Bce, ha ricevuto il via libera nella riunione dell'esecutivo. Nel decreto si concede a via Nazionale di "aumentare il proprio capitale mediante utilizzo delle riserve statutarie sino a euro [5.000.000.000 - 7.500.000.000]; a seguito dell'aumento il capitale è rappresentato da quote nominative di partecipazione di euro 20.000 ciascuna". Si prevede poi un limite alla distribuzione delle cedole: "Possono essere distribuiti esclusivamente dividendi annuali, a valere sugli utili netti, per un importo non superiore al 6 per cento del capitale".

Quanto alle partecipazioni le banche, assicurazioni, fondazioni e gli investitori istituzionali soci della Banca d'Italia avranno un tetto al 5% del capitale. I soci con quote in eccesso hanno 2 anni per ridurre la partecipazione, periodo durante il quale è congelato il diritto di voto ma si percepiscono i dividendi. Intesa Sanpaolo e Unicredit sono oggi i principali soci della Banca centrale, con quote per oltre il 50% del totale. I maggiori valori delle quote detenute dalle banche, iscritti in bilancio in base a corretti principi contabili internazionali, "sono assoggettati a imposta sostitutiva delle imposte sui redditi e dell'imposta regionale sulle attività produttive nella misura del 12 per cento". "Bankitalia si trasformerà in public company", ha spiegato Saccomanni: il tetto al 5% per la partecipazione "lascia la porta aperta a investitori europei". Insomma sarà una struttura "di cui nessuno avrà il controllo".

Proprio questo passaggio svela l'importanza del tema della rivalutazione delle quote Bankitalia, sia per le banche che per il governo, che dalle plusvalenze potrebbe incassare imposte per oltre un miliardo di euro. La stima del valore di via Nazionale era stata affidata a tre saggi: Franco Gallo, Lucas Papademos e Andrea Sironi. Secondo il loro lavoro, il capitale è valutato in una forbice compresa tra 5 e 7 miliardi e mezzo, cifra confermata nel decreto. Il capitale nominale della Banca d'Italia è oggi a un livello simbolico di 156 mila euro (conversione di 300 milioni), stabilito negli anni Trenta. (27 novembre 2013)
© RIPRODUZIONE RISERVATa www.repubblica.it/economia/finanza/2013/11/27/news/la_bce_d_il_via_libera_al_governo_per_rivalutare_delle_quote_bankitalia-72083506/?ref=HREC1-2

martedì 26 novembre 2013

Energia, nella Legge di Stabilità incentivi alle fonti tradizionali

Una quota del parco elettrico riservata alle centrali, considerate più affidabili delle rinnovabili

27/11/2013 - Incentivare le centrali elettriche tradizionali perché assicurano maggiore stabilità al sistema, avviando dal prossimo anno il capacity payment, con un alleggerimento delle bollette energetiche per i consumatori finali. Lo stabilisce la Legge di Stabilità per il 2014 approvata dal Senato, che ha assorbito una proposta avanzata dai relatori.Le problematiche connesse alle fonti rinnovabili Come si legge nella relazione che ha accompagnato la proposta, per il massiccio ricorso agli incentivi negli ultimi anni si è assistito all’aumento della capacità installata proveniente da fonti rinnovabili intermittenti, principalmente fotovoltaiche. I bonus hanno portato alla realizzazione di oltre 500 mila impianti, con una spesa per gli incentivi pari a 140 miliardi di euro in vent’anni. Di conseguenza si è ridotta la competitività, la redditività e la sostenibilità economica delle centrali elettriche tradizionali, che invece non beneficiano degli incentivi. A detta dei relatori, le fonti rinnovabili non garantiscono l’equilibrio tra produzione e domanda (la produzione dipende infatti dalle condizioni meteorologiche) e non offrono i servizi di regolazione della frequenza e della tensione, necessari per la sicurezza del sistema elettrico. Per questi motivi i relatori sostengono che parte del parco elettrico deve essere costituito da impianti programmabili e controllabili, in grado di garantire la continuità delle forniture. Diventa quindi necessario evitare la dismissione degli impianti che, anche se necessari alla sicurezza, non riescono a coprire i propri costi di gestione. Capacity payment dal 2014 Per far fronte alle difficoltà illustrate dai relatori, la Legge di Stabilità anticipa dal 2017 al 2014 l’entrata in esercizio del capacity payment (mercato della capacità), studiato per tutelare il sistema elettrico da deficit di generazione o altre situazioni critiche. Il funzionamento del mercato della capacità, regolato dal Decreto Legislativo 379/2003, prevede che per ogni MW di capacità impegnata gli operatori ricevano un corrispettivo annuo e versino la differenza tra prezzo di vendita e costi di esercizio. Con la Legge di Stabilità il corrispettivo verrà aumentato. Le somme raccolte dalla differenza tra prezzo di vendita e costi alleggeriranno le bollette elettriche per i consumatori finali. L'iter della Legge di Stabilità proseguirà ora alla Camera. http://www.edilportale.com/news/2013/11/normativa/energia-nella-legge-di-stabilit%C3%A0-incentivi-alle-fonti-tradizionali_36691_15.html

lunedì 25 novembre 2013

Permesso di costruire, i dinieghi vanno sempre motivati

I no delle Soprintendenze devono basarsi su istruttorie approfondite e non possono essere generici di Paola Mammarella 26/11/2013 - I pareri delle Soprintendenze devono sempre essere motivati e circostanziati. Lo hanno spiegato, con due pronunce emesse a distanza di pochi giorni, il Tar Campania e il Tar Lazio. Con la sentenza 4792/2013, il Tar Campania ha affermato che quando la Soprintendenza nega un permesso deve fornire una idonea motivazione sulle ragioni che impediscono la realizzazione di una costruzione in una zona posta sotto la sua tutela. In caso contrario, il parere è considerato illegittimo e deve essere annullato. Secondo il Tar, infatti, il parere della Soprintendenza anche se ha carattere consultivo è vincolante per il Comune chiamato al rilascio del permesso di costruire, che deve poter riportare le valutazioni espresse a livello statale. È giunto a conclusioni analoghe anche il Tar Lazio, che con la sentenza 9478/2013 ha affermato che il parere della Soprintendenza non può consistere in espressioni sintetiche, vaghe e generiche, che possono lasciar presupporre carenze nell’istruttoria. Il Tar ha giudicato illegittimo il provvedimento con cui la Soprintendenza aveva espresso parere sfavorevole contro un intervento di ampliamento perché non conforme alle norme e non compatibile con il contesto paesaggistico vincolato. A detta del Tar, però, la Soprintendenza non aveva dimostrato il carattere di inedificabilità assoluta e l’incompatibilità del progetto edilizio con l’area. http://www.edilportale.com/news/2013/11/normativa/permesso-di-costruire-i-dinieghi-vanno-sempre-motivati_36652_15.html

Le 500 professioni “verdi” che nessuno prepara 3,3 MILIONI DI POSTI “GREEN” L’AMBIENTE È UNA RISORSA PER L’OCCUPA ZIONE.

MA LO SAREBBE DI PIÙ SE SCUOLE E UNIVERSITÀ FORNISSERO LE COMPETENZE NECESSARIE di Thomas Mackinson il fatto quotidiano 25 novembre 2013 Si fa presto a dire green , ma l’Italia che ha toccato il record della disoccupazione giovanile siede su 500 profili professionali che il mercato del lavoro cerca e il sistema scolastico non forma, fino al paradosso di dieci nuovi mestieri addirittura “ir - reperibili”. Mobilità sostenibile, rinnovabili, bioedilizia, economia del riciclo, ecotessile: molte sono le declinazioni dell’economia verde su cui il nostro Paese sembra poter marciare come un treno. E' un verde- prezzemolo: non c’è telegiornale o magazine senza una storiella edificante sulle magnifiche sorti della green economy, mentre i siti abbondano di start-up di successo e di giovani che - grazie ai nuovi “mestieri verdi” - si avviano a un futuro radioso di occupazione e benessere. Il tutto sullo sfondo di un ritrovato equilibrio, finalmente, nel rapporto uomo-ambiente. Una favola che ci raccontiamo o un'opportunità reale? L’occasione irripetibile di salvare il Belpaese o l’ennesima speranza tradita? A leggere certi numeri l’entusiasmo che ha contagiato tutti è giustificato. A leggerli tutti, però, si scopre anche che l’Italia fa l’Italia: siede su una miniera d’oro e non l’affer - ra proprio come accade con agricoltura, arte e turismo. CHI VUOL CAPIREdavvero cosa siano i cosiddetti green jobs può leggersi le 287 pagine del nuovo rapporto annuale di Union Camere e Fondazione Symbola “Green Italy 2013”. Tutte le pagine. Quando è stato presentato, ai primi di novembre, i dati della sintesi - nel grigiore della crisi - hanno fatto notizia: in Italia sono 3 milioni i lavoratori "verdi", 328mila le aziende (il 22%) dell'industria e dei servizi con almeno un dipendente che dal 2008 hanno investito, o lo faranno quest'anno, in tecnologie green per ridurre l'impatto ambientale e risparmiare energia. Da queste aziende arriverà nel 2013 il 38% di tutte le assunzioni programmate nell'industria e nei servizi. Questa è la green economy italiana, cui si devono 100,8 miliardi di valore aggiunto prodotto, in termini nominali, nel 2012 pari al10,6% del totale dell'economia nazionale. Di più, quella verde, secondo il rapporto, ne è addirittura la parte propulsiva: il 42% delle imprese manifatturiere che fanno eco-investimenti esporta i propri prodotti, contro il 25,4% di quelle che non lo fanno. Evviva l’onda verde, dunque. Ma si farebbe un torto alla ricerca se non si buttasse l’oc - chio alle pagine che raccontano l’altra parte della verità: senza una politica specifica e coerente, l’Italia che ha infierito sul suo suolo e sull'ambiente rischia di farsi sfuggire di mano un paradigma produttivo e professionale da cui ripartire, su cui fondare un nuovo made in Italy. Ma come è fatto? INTANTO va chiarito che i 3,3 milioni di green jobs non sono agronomi, forestali e giardinieri. Sono figure appartenenti a una griglia definita da una specifica classificazione Istat che comprende ormai 90 profili professionali specifici e altri 406 “attivabili”, cioè non strettamente green ma suscettibili di una qualche evoluzione di competenza e lavoro nell’ambito dello sviluppo sostenibile: si va dai classici come l’ingegnere energetico o il bioarchitetto fino ai più curiosi come il carpentiere sostenibile , che nell’industria del legno seleziona e lavora materiali naturali o eco-compatibili, all’eco- carrozziere che tra i lastroferratori riusa le lamiere per scopi diversi. Classificazione alla mano, si possono estrapolare i dati sull’occupazione Excelsior e scoprire le 20 figure green più ricercate e quelle addirittura “in - trovabili” (nel grafico). E qui torna in campo l’Italia che fa l’Italia. Le figure non si trovano perché nessuno le cerca o nessuno le forma. Se si guarda alle mappe delle assunzioni con criterio geografico si scopre che lo stock occupazionale “green” abita in gran parte al Nord, mentre il centro-sud è quasi un non pervenuto nella grande rivoluzione verde: la sola Lombardia, prima in classifica con 11mila assunzioni, vale quanto Emilia, Lazio e Piemonte o come tutte le regioni del centro- sud. Un’Italia a due velocità che riflette il diverso tasso di radicamento delle imprese verdi. Per contro esistono anche le 10 figure “i ntrova bili” e sono il frutto dell’incapacità del sistema scolastico di orientare istruzione e formazione verso le professionalità che il mercato cerca. Nel caso dei green jobs il mis-matching tra professionalità immesse sul mercato e competenze richieste è fortissimo. Del resto la scelta green, dice il rapporto 2013, andrebbe fatta prima. Ma noi abbiamo smantellato gli istituti tecnici superiori (Its), i soli che possono immettere prima i giovani su un percorso “green”. Erano nati dalla compartecipazione dei diversi attori istituzionali, imprenditoriali e della formazione proprio per misurare i fabbisogni lavorativi e formativi del territorio ed erogare i necessari percorsi di studio. Di queste scuole oggi se ne contano appena 65 in tutta Italia, nonostante il 60% dei primi 825 diplomati 2013 abbia già trovato occupazione. Ma solo 25 istituti fanno riferimento a percorsi in qualche modo collegati al mestiere del futuro. PEGGIO all’università. Proprio in questi giorni negli atenei sono attivi i corner di orientamento di Italia Lavoro. Sono lì per spiegare a chi si iscrive dove tira il vento del lavoro in un Paese che in un anno laurea 21.677 avvocati, 43.170 dottori in economia, 33.125 in medicina e soltanto 119 chimici industriali, 11 dottori in scienze del farmaco per l’ambiente e la salute e 49 in scienze ambientali. E poco importa se per queste categorie il tasso di occupazione a un anno dal titolo oscilla tra il 57 e l’80%. Qualcuno al green preferisce ancora il rischio di restare al verde. E magari neppure lo sa.

Antisismica, dal CNR le istruzioni per valutare gli edifici esistenti

L’obiettivo è supportare lo sviluppo della normativa tecnica sulle costruzioni esistenti in muratura e c.a. di Giovanni Carbone 25/11/2013 - Sono state rese note dal Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) le prime istruzioni italiane per la Valutazione affidabilistica della sicurezza sismica degli edifici esistenti. Il documento (vederehttp://www.casaportale.com/public/uploads/36649-pdf1.pdf) è stato messo a punto dalla Commissione di studio per la predisposizione e l’analisi di norme tecniche delle costruzioni e sarà presentato a Roma il 28 gennaio 2014. Lo studio del CNR offre un valido supporto allo sviluppo della normativa tecnica sulle costruzioni esistenti (vedere http://www.edilportale.com/news/norme_tecniche_per_le_costruzioni) ed è stato condotto con l’obiettivo di definire delle concrete procedure di valutazione (in termini di probabilità di superamento dello stato limite) di tutte le incertezze dell’azione sismica. In premessa il documento precisa che, per essere comprese e applicate, tali procedure sono state redatte con l’intenzione di non richiedere il possesso di particolari competenze specialistiche in materia di teoria dell’affidabilità strutturale. In dettaglio, il documento si compone di: - Un capitolo generale contenente gli aspetti comuni della procedura di verifica alle diverse tipologie costruttive, in particolare alle costruzioni in muratura e a quelle in cemento armato; - Due capitoli che forniscono gli elementi specifici relativi alle costruzioni in muratura e in cemento armato; - Un’appendice di commento ad alcune parti dei capitoli precedenti. Il documento è attualmente in fase di inchiesta pubblica fino a fine febbraio 2014 con l’intento di acquisire contributi di discussione da parte di tutti gli interessati; si può partecipare all’inchiesta pubblica inviando i propri contributi all'indirizzo email: commenti-normeDT212@cnr.it. A detta del CNR, questo documento porterà un contributo innovativo in sede internazionale sulla materia antisismica. Si ricorda che la verifica sismica delle costruzioni esistenti attualmente è disciplinata in ambito nazionale dalle Norme Tecniche per le Costruzioni (capitoli 7 e 8) emanate con il DM 14 gennaio 2008 a cui si associa la Circolare 617 del 2 febbraio 2009.http://www.edilportale.com/news/2013/11/strutturale/antisismica-dal-cnr-le-istruzioni-per-valutare-gli-edifici-esistenti_36649_14.html

Auto elettrica, l’Italia in panne: boom nel resto del mondo, da noi 5mila all’anno

Lo Stato e la Fiat non ci credono. E nelle città mancano le colonnine per la ricarica. Così il Paese perderà l'appuntamento tecnologico con quella che viene considerata l'auto pulita del futuro. Settore nel quale il leader è Renault

di  | 25 novembre 2013 Non c’è prodotto al mondo più annunciato, atteso e meno venduto dell’auto elettrica. E’ almeno un ventennio che se ne parla con entusiasmo e speranza, salvo poi scoprire che gli acquirenti per ora latitano. Da Renault a Daimler, da Volkswagen a Ford, da Bmw a Nissan, dopo tante false partenze i grandi costruttori si stanno però convincendo che è arrivato davvero il momento buono. Perché, come dicono quasi all’unisono e in gergo, la “tecnologia è matura”.
Negli ultimi anni sono stati fatti passi da gigante grazie soprattutto all’introduzione delle batterie al litio che però sono molto costose a causa della materia prima usata, un minerale i cui giacimenti si trovano per più del 50 per cento nei laghi salati prosciugati delle Ande boliviane. Con queste nuove apparecchiature ogni auto è capace di percorrere con una carica da un minimo di 100 chilometri in media ad un massimo di 200. Che non sono pochi considerando che l’auto elettrica è pensata soprattutto per un uso cittadino e che il 60 per cento degli automobilisti europei non percorre più di 30 chilometri al giorno, mentre solo una minoranza del 10 per cento copre tragitti giornalieri di oltre 100 chilometri. Ma non sono nemmeno tantissimi se messi a confronto con l’autonomia di un’auto tradizionale che arriva anche a 1.000 chilometri e passa. Secondo uno studio recente di Abi, un centro ricerche di Singapore, il numero di auto elettriche consegnate ogni anno nel mondo passerà dalle attuali 150mila, una quota praticamente trascurabile, a 2 milioni e 360mila entro il 2020, con un tasso di crescita annuo di circa il 48 per cento. Mentre il centro Roland Berger stima che l’elettrico salirà al 12 per cento del mercato nel 2025.
Nel gruppo di testa dei produttori la Fiat probabilmente non ci sarà pur avendo manifestato qualche anno fa una certa attenzione alla faccenda investendo in ricerca e tecnologia con risultati non disdicevoli a livello europeo. La cura Marchionne sta dando i suoi frutti anche a questo proposito. Come una mosca bianca tra i manager mondiali dell’automobile, l’amministratore delegato della grande casa torinese non crede né poco né punto all’auto elettrica tanto che una volta è arrivato addirittura a bollare di masochismo industriale i suoi colleghi che si incaponiscono a puntarci e a investirci.
La conseguenza è che grazie a queste tetragone convinzioni l’Italia perderà l’appuntamento tecnologico con quella che, almeno per il traffico cittadino e metropolitano, viene considerata l’auto pulita del futuro in forza soprattutto del suo quasi trascurabile effetto inquinante. Mentre gli automobilisti faranno più fatica dei colleghi di tutta Europa a inserirsi da acquirenti nell’alveo grande dell’elettrificazione automobilistica. Già da ora l’Italia non è tra i Paesi dove l’auto elettrica è più venduta. Al primo posto c’è la Norvegia, al secondo il Giappone, poi vengono Stati Uniti eFrancia. In termini assoluti il mercato più ricco è quello americano con 16mila Nissan Leaf vendute da gennaio a settembre e circa 10mila Tesla S, auto da amatori, con un prezzo che va da 72mila euro a circa 100mila. Dall’inizio dell’anno passato ad oggi in Italia sono stati venduti poco più di 5mila veicoli elettrici, commerciali e minicar compresi. Leader del mercato con oltre il 40 per cento di vetture è Renault, unica casa automobilistica europea con auto elettriche su ogni segmento della gamma, dalle cittadine alle berline.
L’arretratezza italiana è destinata a crescere. Pochi altri sistemi di trasporto richiedono al pari dell’auto elettrica una “logica di sistema”, un modo di pensare e comportarsi in cui il nostro Paese di solito non eccelle. Logica di sistema vuol dire che una serie di soggetti e di elementi devono integrarsi rendendo possibile lo sviluppo della nuova tecnologia e la sua affermazione nel mercato. Prima di tutto è necessario che le case produttrici continuino ad investire in ricerca migliorando il prodotto, consentendo alle auto di diventare più affidabili acquisendo soprattutto un’autonomia di movimento sempre maggiore.
L’altro punto senza il quale l’auto elettrica non può affermarsi è la rete di punti di ricarica. In assenza di un numero adeguato di colonnine a cui attaccare la macchina per reintegrare la funzionalità delle batterie, è assolutamente velleitario pensare ad un mercato dell’auto in grande stile. Qui entrano in ballo le aziende elettriche. L’Enel che in Italia è la più grande ed è a controllo pubblico sembra puntare con una certa convinzione sull’auto elettrica ed ha già piazzato un migliaio di punti di ricarica, sostanzialmente di due tipi: domestici e pubblici. Le stazioni domestiche sono composte da un contatore installato nel garage o nel box di casa; quelle pubbliche sono le colonnine che si cominciano a vedere nelle città, collocate in punti considerati strategici, concordati con le amministrazioni pubbliche. La cosa positiva è che al momento non vengono prese di mira dai vandali, come fossero protette da una miracolosa mano invisibile. L’Enel è in grado di seguire attraverso un centro di controllo le varie fasi di ricarica, calcolando il consumo e stabilendo l’importo che viene addebitato in bolletta.
Tutto ciò, però, non basta se poi l’acquisto dell’auto non viene accompagnato da una politica di sgravi. Al momento il grande handicap dell’elettrico è il prezzo iniziale, superiore di circa un terzo rispetto alle vetture tradizionali a causa delle batterie. Il costo di partenza, è vero, viene ammortizzato con il passare del tempo grazie a spese di manutenzione assai più contenute e soprattutto per effetto dei bassi consumi. Gli esperti stimano che mentre un automobilista in 5 anni percorrendo in media 10mila chilometri l’anno spende di carburante quasi 5mila euro con un’auto media a benzina, 2.700 con una a gpl, 2.100 con una a metano, 3mila con un diesel, con un’auto elettrica se la cava con meno di 1.000 euro.
Ma il balzello del prezzo di listino rimane. E dopo che la Fiat ha puntato sul metano come alternativa pulita a benzina e diesel, il risultato è che da noi il concetto stesso di auto ecologica resta assai vago e l’equivoco si riflette sulla politica degli incentivi. All’inizio dell’anno il governo Monti ha introdotto sgravi per l’acquisto di auto ecologiche con criteri assai farraginosi che non hanno fatto scattare la voglia di acquisto di auto elettriche. Il 20 per cento circa di sconto sul prezzo di listino viene concesso per lo più in presenza di rottamazione e anche se con massimali differenti, a tutte le vetture considerate ecologiche , da quelle a metano alle ibride, senza un vantaggio forte per le elettriche. Favorendo così, nei fatti, proprio le non elettriche, a cominciare dalle auto a metano della Fiat che avendo un costo iniziale più basso risultano di primo acchito più convenienti per i clienti. Con queste premesse è assai difficile che in Italia per le auto elettriche si passi dalle intenzioni ai fatti. Secondo una ricerca di Deloitte più del 70 per cento degli italiani comprerebbe volentieri un’auto elettrica se ci fossero le condizioni per farlo. Purtroppo i presupposti al momento restano modesti. Gli automobilisti possono mettersi il cuore in pace mentre i cittadini devono rassegnarsi a città sempre più inquinate.
Da Il Fatto Quotidiano del Lunedì del 25 novembre 2013 

sabato 23 novembre 2013

L’obbligo di Pos per i professionisti frutterà 2 miliardi alle banche L’analisi dei Consulenti del Lavoro. Ingegneri e architetti

chiedono da mesi l’eliminazione dell’obbligo, che scatterà il 1° gennaio 2014 di Rossella Calabrese 20/11/2013 - L’introduzione dell’obbligo di Pos per gli studi professionali, dal 1° gennaio 2014, frutterà alle banche un utile di oltre due miliardi di euro all'anno.È quanto emerge dall’indagine dell’Osservatorio della Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro, che ha analizzato i dati macroeconomici dei movimenti bancari medi in questi ultimi anni, definendo il dato “sconfortante nel momento in cui si parla di spending review e diminuzione dei costi ad ogni livello”. In Italia le imprese si attestano su circa 5 milioni di soggetti - spiega il Consiglio Nazionale dei Consulenti del Lavoro - che in un anno spendono mediamente 7 mila euro per servizi professionali, con un volume di transazioni pari a circa 35 miliardi di euro. Applicando il 3% medio di commissione bancaria sui pagamenti si arriva a oltre 1 milione di euro in più di incassi per le Banche. I professionisti ordinistici - prosegue il comunicato - sono 2.300.000 che dovrebbero dunque installare un Pos con due costi ulteriori: 150 euro circa per il rilascio del bancomat (pari a circa 350 milioni) e altrettanti per il canone. “Insomma - affermano i Consulenti del Lavoro - un regalo da oltre 2 miliardi di euro per il sistema bancario”. Ma c’è di più. Cosi come è strutturata la norma (introdotta dal Decreto Sviluppo bis) - prosegue la nota - i professionisti dovranno accettare solo bancomat, escludendo quindi le carte di credito, che invece avrebbero potuto essere più utili per i pagamenti delle fatture, visto che non hanno limiti giornalieri di utilizzo. Oggi il 90% delle transazioni tra professionisti e clienti avviene tramite bonifico ovvero assegno bancario; anche alla luce del limite di utilizzo del contante esistente in Italia. I Consulenti del Lavoro concludono ricordando che non si sa “se e come questa norma entrerà in vigore”, visto che ad oggi mancano i previsti decreti attuativi del Ministero dello Sviluppo Economico e del Ministero dell’Economia e delle Finanze, che dovranno definire modalità, procedure e limiti per l’applicazione dell’obbligo di Pos ma, soprattutto, dovranno indicare le sanzioni per chi non si mette in regola. Secondo i Consulenti del Lavoro, l’obbligatorietà del Pos “non è idonea a combattere l’evasione, ma servirà esclusivamente a creare maggiori difficoltà e costi diretti e indiretti per professionisti, imprese e cittadini, in un momento in cui semplificare e ridurre i costi è fondamentale. Ma principalmente creerà un grande business per gli Istituti di Credito”. Ricordiamo che moltissimi professionisti si sono dichiarati contrari all’obbligo di Pos fin dal primo momento. I primi a chiedere al Governo di essere esclusi dall’obbligo di Pos sono stati gli Architetti, sostenendo che “le attività professionali prevedono pagamenti normalmente superiori ai massimali delle carte di debito” e che quindi la categoria sarebbe gravata dai soli costi fissi per l’attivazione e la gestione del Pos, a fronte di un suo totale inutilizzo. Nettamente contrari all’obbligo anche il Consiglio Nazionale degli Ingegneri, secondo cui “la norma impone un ulteriore balzello a carico dei professionisti e non ha nessuna finalità di lotta all’evasione e al sommerso, in quanto la quasi totalità delle prestazioni professionali ha una soglia di valore superiore ai 1000 euro, oltre la quale già ora tutti i pagamenti devono essere tracciabili e quindi fatti con sistemi di pagamento quali assegni o bonifici”. Il Cni ha calcolato che il nuovo obbligo complessivamente costerà agli ingegneri 60 milioni di euro, cifra che si trasformerà “da reddito dei professionisti a rendita per le banche”. Da ultimo InarSind, il Sindacato degli Architetti e degli Ingegneri liberi Professionisti, ha chiesto l’eliminazione dell’obbligo di Pos “che, per la tipologia dei pagamenti dei professionisti tecnici, appare del tutto ingiustificato e poco si concilia con importi delle prestazioni professionali normalmente superiori ai 1.000 euro per i quali è possibile utilizzare bonifici ed assegni, sistemi di pagamento di per sé tracciabili”. http://www.edilportale.com/news/2013/11/professione/l-obbligo-di-pos-per-i-professionisti-frutter%E0-2-miliardi-alle-banche_36574_33.html