martedì 26 settembre 2017

Dai condoni dimenticati un tesoretto da 20 miliardi La somma è stimata dagli esperti sulla base di un calcolo che comprende le rate non pagate dopo quella iniziale e una serie di oneri accessori. il nodo rimane quello degli abusi edilizi che anche dopo le sanatorie hanno continuato a deturpare il territorio

di Sergio Rizzo
Perché prima d’ora nessun governo abbia mai voluto andare in fondo a questa faccenda dei condoni edilizi è un bel mistero. Un mistero che la sciatteria congenita con la quale si amministra questo Paese non è sufficiente a spiegare. Il fatto è che da sempre il condono rappresenta un nervo scoperto della nostra politica, destra o sinistra poco importa. E meno quel nervo si stuzzica, meglio è: anche se stuzzicandolo bene potrebbe arrivare nelle casse dello stato una valanga di soldi. Non può dunque che apparire dunque sorprendente come a trentadue anni dalla sanatoria varata da Bettino Craxi nel 1985, e ben ventidue governi dopo, ci sia un esecutivo che pensa a chiudere quella pagina indecente e le altre due, altrettanto indecenti, seguite alla prima durante le diverse epoche berlusconiane.

La pratica è in mano al responsabile delle Infrastrutture Graziano Delrio, che l’ha affidata al viceministro Riccardo Nencini. L’idea è quella di introdurre nella legge di stabilità per il 2018, che dovrà essere approvata entro la fine dell’anno, una norma che prevede la costituzione di «unità di valutazione» territoriali con il compito di affiancare gli enti locali nello smaltimento delle domande di condono edilizio ancora inevase. Si tratterebbe insomma di istituire localmente uffici speciali direttamente dipendenti dallo stato centrale incaricati di esaminare le pratiche e stabilire se gli abusi dichiarati da chi invoca la sanatoria sono regolarizzabili oppure no.

L’impresa
è immane. Le tre sanatorie del 1985, del 1994 e del 2003 hanno fatto riversare negli uffici dei circa 8 mila Comuni italiani ben 15 milioni 431.707 domande di condono: come se un cittadino italiano su quattro, neonati compresi, avesse commesso un’illegalità edilizia di qualche genere, dal terrazzino trasformato in veranda alla palazzina sul terreno demaniale. E a distanza di tredici anni dall’ultima di queste tre sanatorie giacciono ancora placidamente nei cassetti degli uffici ben 5 milioni di richieste inevase, di cui 3 milioni relative al condono del 1985.

Una gigantesca montagna di carte sotto cui, secondo il centro studi Sogeea, è sepolto un autentico tesoro: almeno 20 miliardi di euro ancora non incassati dall’Erario. Somma stimata dagli esperti sulla base di un calcolo che comprende oneri concessori, oblazioni e diritti di istruttoria e segreteria oltre a sanzioni per danno ambientale. Tenendo anche presente che molti si sono limitati a pagare solo la prima rata, in attesa dei conti definitivi. Mai pervenuti.

C’è da dire che la responsabilità, in molti casi, è principalmente riconducibile a lentezze burocratiche. Le dimensioni di alcuni arretrati si possono giustificare soltanto così. A Roma, per esempio, sono arrivate negli anni 599.793 domande di condono, un terzo delle quali rimane tuttora da smaltire. Con la particolarità che metà dell’inevaso, vale a dire 100 mila pratiche, riguarda la sanatoria di 32 anni fa. La capitale è la città che ha il record delle domande e delle pratiche incagliate, tanto che l’amministrazione sta pensando a cavarsi d’impaccio con l’autocertificazione. Un obbrobrio che la dice lunga sulla superficialità dell’approccio alla questione. Ma c’è dell’altro oltre alle inefficienze amministrative, che purtroppo dalle nostre parti sono scontate. Quante di quelle domande sarebbero da rigettare? Quante opere abusive dovrebbero essere buttate giù? E quale sarebbe il prezzo politico per le amministrazioni?

Le cronache sono piene di storie allucinanti come quella del sindaco di Licata Angelo Cambiano, sfiduciato dalla maggioranza perché aveva deciso di abbattere le costruzioni fuorilegge. Una vicenda che dice tutto, in un Paese nel quale i condoni a ripetizione non hanno fatto altro che incentivare l’abusivismo: se è vero che ancora oggi, dicono le stime, spuntano nel territorio italiano costruzioni abusive a un ritmo di 22.600 l’anno, 60 al giorno. I dati di una ricerca del Cresme fanno letteralmente venire i brividi.

Nei cinque anni dal 2012 al 2017 sarebbero sorte in Italia 113.400 case abusive, numero pari al 16,7 per cento di tutte le nuove costruzioni, contro il 10,1 del periodo 2002-2011. Il peso dell’abusivismo, che sembrava essersi ridotto, è tornato così ai livelli del decennio precedente. E questo grazie anche al fatto che in tutti questi anni la cultura dell’illegalità non ha trovato il minimo contrasto nell’azione degli apparati pubblici. Dove, semmai, si possono riscontrare comportamenti che vanno in direzione esattamente opposta. Sempre più spesso le sanatorie mascherate fanno capolino qua e là nelle leggi regionali, dalla Campania alla Sardegna, dalla Sicilia all’Abruzzo, dalla Calabria alla Lombardia, dal Friuli- Venezia Giulia alla Puglia, dal Veneto alla Basilicata. Perfino con la beffarda motivazione dell’obiettivo di «limitare il consumo del suolo».

In un Paese straziato dalle catsatrofi naturali causate dall’incuria umana, con l’assetto idrogeologico devastato dalla cementificazione si è ben pensato, in nove di queste Regioni, di consentire la trasformazione delle cantine e dei seminterrati in abitazioni. Ecco allora che spostare il peso della responsabilità sullo stato centrale potrebbe risolvere la parte più rognosa del problema. Cavando d’impaccio, e non raramente pure dalle tentazioni, gli amministratori locali. La bozza delle disposizioni che dovrebbero essere introdotte nella manovra assegna agli uffici speciali «di valutazione» gli stessi poteri dei Comuni e delle Regioni ai fini dei provvedimenti «di sanatoria o di demolizione». Significa che dovrebbero essere proprio queste «unità di valutazione» a decidere se l’abuso oggetto di domanda inevasa può essere regolarizzato in base alle tre leggi sul condono edilizio, o rientra al contrario nella casistica delle opere insanabili per ragioni statiche e strutturali, quando non paesaggistiche. Circostanza per nulla rara. In questa seconda evenienza la proposta che si sta facendo strada prevede l’individuazione degli immobili non sanabili da acquisire al patrimonio pubblico per essere riutilizzati al servizio dell’emergenza abitativa, e di quelli invece da abbattere senza pietà perché privi dei requisiti minimi per essere lasciati in piedi.

A questo proposito è utile ricordare, anche a chi fra gli amministratori locali meno coraggiosi oppone alle demolizioni l’argomento dell’impossibilità materiale di procedere per mancanza di mezzi o di risorse, che già le leggi in vigore consentirebbe in ultima mistanza di fare ricorso all’esercito. Nel riconfermare che agli occupanti degli edifici illegali non può essere concessa la residenza e va negato anche l’allaccio alla luce, all’acqua e al gas, il provvedimento stabilisce poi l’inasprimento delle pene per chi tira su una casa senza permesso, portandole da due a tre anni di carcere. La ragione è semplice: fino ai due anni è applicabile la condizionale, quindi non si va in prigione. Oltre quel limite temporale, invece, il rischio di finire in galera diventa decisamente più concreto. Ma potrà essere un deterrente efficace? Per prima cosa è da vedere se passerà, e se insieme a questo passerà tutto il resto. In un Parlamento pronto a votare una legge che di fatto avrebbe ridotto le demolizioni degli abusi edilizi a una rara eventualità, non è difficile immaginare gli ostacoli dei quali potrà essere disseminato l’iter di un simile provvedimento. Anche perché è chiaro che senza mettere un punto fermo e definitivo su quella maleodorante stagione dei condoni edilizi qualunque discorso serio sulla lotta all’abusivismo potrebbe essere compromesso. Perché la prima cosa da fare se si vuole pensare di restituire alla piena legalità l’uso del nostro territorio è conoscere esattamente ciò che è in regola e ciò che non lo è.

E qui viene fuori un’altra curiosa forma di cecità che affligge quasi tutte le amministrazioni locali. Perché da tempo immemore, ormai, la tecnologia offre tutti gli strumenti possibili per tenere sotto controllo la piaga dell’abusivismo come pure per verificare la veridicità di certe domande di condono. Grazie alle rilevazioni aeree si è potuto scoprire che a Roma e nelle campagna circostanti sono state presentate richieste di sanatoria per migliaia di immobili inesistenti al momento dell’approvazione della legge partorita nel 2003. E con la semplice sovrapposizione delle mappe catastali di una determinata zona alle foto aeree è addirittura elementare, come dimostrano le immagini in queste pagine che si riferiscono a una piccola porzione del litorale nella provincia di Reggio Calabria, scoprire le costruzioni (edificate in questo caso anche in una fascia protetta) sconosciute al catasto e quindi anche al fisco. Immobili sui quali i proprietari si presume che non paghino imposte, né tasse relative ai servizi pubblici.

C’è chi argomenta che il confronto fra le carte e le immagini reali va comunque preso con le molle. La ragione è che il catasto non è ovunque aggiornato come dovrebbe essere: ci sono anzi zone del Paese nelle quali le lacune sono decisamente ragguardevoli. Al tempo stesso si sono verificati pure casi di immobili completamente abusivi che per ragioni imperscrutabili (ma si sa, in Italia la comunicazione fra gli uffici pubblici si presenta piuttosto problematica) hanno ottenuto l’iscrizione al catasto, nelle cui mappe figurano normalmente accanto agli edifici in regola. Ma al netto di queste osservazioni la sovrapposizione dei fogli catastali con le fotografie fornisce troppo spesso scenari tanto impressionanti da non poter essere solo il frutto di eventuali errori e omissioni. In ogni caso il risultato renderebbe doverosa una verifica scrupolosa delle differenze. Ed è certo che si farebbero scoperte assai interessanti. L’operazione sarebbe semplicissima, ed è sicuro che contribuirebbe anche a rimpinguare certe esangui casse municipali. Ha solo il difetto di non essere molto popolare. E non è nemmeno troppo difficile capire perché. http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2017/09/25/news/dai_condoni_dimenticati_un_tesoretto_da_20_miliardi-176517854/?ref=RHPPBT-VE-I0-C6-P7-S1.6-T1
(25 settembre 2017)© RIPRODUZIONE RISERVATA

lunedì 25 settembre 2017

Iva e cartelle (rottamazione bis?), ecco la Manovra

Stop definitivo agli aumenti dell'Iva, risorse in arrivo che andranno alla decontribuzione dell'occupazione giovanile a tempo indeterminato e alle famiglie povere, ipotesi rottamazione bis delle cartelle fiscali e misure a favore della crescita attraverso incentivi alle imprese, senza dimenticare le risorse per il rinnovo contrattuale del pubblico impiego. Sono alcune delle misure presentate dopo il via libera alla nota di aggiornamento del Def da parte del Consiglio dei ministri. Il documento contiene il quadro economico e di finanza pubblica su cui si baserà la prossima legge di bilancio, ma non il dettaglio delle misure.


Le risorse disponibili nella legge di bilancio 2018 ''verranno impiegate in scelte selettive privilegiando il sostegno dell’occupazione giovanile, degli investimenti pubblici e privati, del potenziamento degli strumenti di lotta alla povertà'' viene indicato nel documento (LEGGI), il quinto elaborato nel corso di questa legislatura.
ROTTAMAZIONE BIS - La rottamazione bis delle cartelle fiscali ''è una delle tante misure che stiamo valutando" ha detto ieri il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan.
STOP IVA - Inoltre, "in merito alle clausole di salvaguardia tuttora previste in termini di aumento delle aliquote IVA e delle accise - si legge nella nota di aggiornamento - il Governo intende sostituirle con misure sul lato della spesa e delle entrate, comprensive di ulteriori interventi di contrasto all’evasione".
PESO IMPOSTE - L'esecutivo, infatti, intende "continuare nel solco delle politiche economiche adottate sin dal 2014, volte a liberare le risorse del Paese dal peso eccessivo dell'imposizione fiscale e a rilanciare al tempo stesso gli investimenti e l'occupazione, nel rispetto delle esigenze di consolidamento di bilancio" viene indicato nel documento.
Per quanto riguarda lo stop all'IVA, reazioni soddisfatte da parte delle associazioni di consumatori ed esercenti. Di "risultato eccellente" parla la presidente di Confesercenti, Patrizia De Luise. "La sterilizzazione delle clausole mette al riparo da ulteriori stangate, ma serve anche un aiuto per recuperare il terreno perduto".
Buona notizia, aggiunge, "è anche l'ipotesi di una nuova rottamazione delle cartelle: sarebbe un intervento nella giusta direzione, perché la fiducia nella ripresa si crea anche rafforzando il rapporto tra contribuenti e fisco"
EVITATA MAXI STANGATA - Esulta anche il Codacons, per il quale "con l’eliminazione delle clausole di salvaguardia su Iva e accise è stata sventata una maxi-stangata da 791 euro a famiglia, che avrebbe avuto effetti devastanti per l’economia italiana". 
Si tratta, spiega il presidente dell'associazione consumatori, Carlo Rienzi, di "una buona notizia non solo per i consumatori, ma anche per le imprese, per il commercio e per l’industria, perché un ritocco al rialzo delle aliquote Iva avrebbe avuto effetti depressivi sui consumi".
Secondo la Coldiretti, "la sterilizzazione dell'aumento dell’Iva riguarda anche beni di prima necessità come carne, pesce, yogurt, uova, riso, miele e zucchero con aliquota al 10% e il vino e la birra al 22% che rappresentano componenti importanti nei consumi delle famiglie".
FEDELTA' FISCALE - Per il 2018 si prevede una manovra netta a circa lo 0,6% del Pil, si legge nella nota di aggiornamento al Def. Per le entrate si punterà su misure ''volte ad accrescere la fedeltà fiscale e a ridurre i margini di evasione ed elusione, in particolare in ambito Iva''.
LAVORO GIOVANI - Le risorse in arrivo andranno alla decontribuzione dell'occupazione giovanile a tempo indeterminato e alle famiglie povere: nel documento si ricorda che ''vengono meno gli aumenti di imposta connessi all’attivazione delle clausole di salvaguardia''. Le misure per lo sviluppo contemplano quindi ''nuovi interventi di decontribuzione" con cui dare "sostegno" alle "assunzioni a tempo indeterminato dei giovani lavoratori''.
INCENTIVI IMPRESE - E ancora: nella legge di bilancio del prossimo anno saranno introdotte misure ''a favore della crescita attraverso l’incentivazione degli investimenti delle imprese''.
FAMIGLIE POVERE - Inoltre si intende ''promuovere la crescita occupazionale in particolare dei giovani attraverso la riduzione degli oneri contributivi''. E altri interventi dal lato della spesa sono volti a sostenere ''i redditi delle famiglie più povere''.
CONTRATTO STATALI - Nella manovra ci saranno anche le risorse per il rinnovo contrattuale del pubblico impiego. Per quanto riguarda gli investimenti, saranno poi ''selettivamente mantenuti alcuni incentivi fiscali per il settore privato già previsti da precedenti disposizioni normative" e "proposte nuove leve per la ripresa dell’accumulazione di capitale''.
RIDUZIONE TASSE - I contribuenti italiani pagheranno rispetto al 2013 "minori imposte per circa venti miliardi di euro", scrive inoltre il ministro Padoan nella premessa alla nota di aggiornamento al Def.
IRES, IRPEF, TASI - Il risultato è la somma di diversi interventi tra cui: riduzione dell’Ires e dell’Irpef ai lavoratori con remunerazioni più basse; la cancellazione della componente Irap sul lavoro dipendente; l'eliminazione dell’Imu sui beni strumentali imbullonati e sui terreni agricoli; e l'abolizione dell’imposta sulla casa di proprietà e residenza (Tasi). http://www.adnkronos.com/soldi/economia/2017/09/24/iva-cartelle-ecco-manovra_Aij0IJDhk30dNSWm4bDW9O.html

sabato 23 settembre 2017

Def, ok del governo: “Pil +1,5% nel 2017”. Padoan: “Clausole Iva saranno eliminate. Ipotesi rottamazione-bis delle cartelle”

Con un giorno di ritardo rispetto alla tabella di marcia è arrivata la nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza. Il ministro dell'Economia: "Un discreto grado di ottimismo è giustificato", il pareggio di bilancio sarà conseguito nel 2020 http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/09/23/def-ok-del-governo-pil-15-nel-2017-padoan-clausole-iva-saranno-eliminate-ipotesi-rottamazione-bis-delle-cartelle/3873213/

venerdì 22 settembre 2017

Lieve scossa di terremoto tra San Felice Circeo e Sabaudia, i dati riportati sul sito Ingv San Felice Circeo - Il terremoto di magnitudo 1.8 si è verificato a circa cinque chilometri di profondità

Una lieve scossa di terremoto è stata rilevata tra San Felice Circeo e Sabaudia. A riportarlo è il sito Dell'Ingv. il terremoto di magnitudo ML 1.8 si è verificato alle 17.47 a circa 5 chilometri di profondità a 4 km nord ovest da San Felice Circeo. Una scossa fortunatamente lieve come accennato che pare non sia stata nemmeno percepita dalla popolazione, nessun intervento al momento è stato effettuato. http://www.latinaoggi.eu/news/cronaca/56688/lieve-scossa-di-terremoto-tra-san-felice-circeo-e-sabaudia_-i-dati-riportati-sul-sito-ingv

La Redazione

domenica 17 settembre 2017

Adeguamento sismico delle scuole, in Gazzetta il decreto da 26,4 milioni di euro

di Paola Mammarella http://www.edilportale.com/news/2017/09/normativa/adeguamento-sismico-delle-scuole-in-gazzetta-il-decreto-da-264-milioni-di-euro_59837_15.html

Il Miur chiederà alle Regioni i piani per la messa in sicurezza o per la realizzazione di nuovi edifici

Un passo in più per la realizzazione di interventi antisismici nelle scuole. È stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il DM 20 luglio 2017, con cui il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della ricerca (Miur) ha ripartito tra le Regioni 26,4 milioni di euro per la messa in sicurezza antisismica delle scuole o per la realizzazione di nuovi edifici.
 

Edilizia scolastica, le dieci linee di intervento del Miur

Le risorse sono state stanziate con la legge sulla Buona Scuola (Legge 107/2015). Saranno spese secondo le modalità tracciate dal dpcm 12 ottobre 2015, quindi per la messa in sicurezza antisismica delle scuole e la realizzazione di nuovi edifici, ove questa scelta risulti preferibile rispetto alla messa in sicurezza delle strutture già esistenti.
 
L’iniziativa rientra nelle dieci linee di intervento del Miur a favore dell’edilizia scolastica tra cui, lo ricordiamo, ci sono anche la realizzazione di otto scuole innovative, realizzazione di nuovi poli per l’infanzia, interventi e nuove verifiche sui solai. Come annunciato dalla Ministra, Valeria Fedeli a luglio, su queste linee saranno spesi in tutto 2,6 miliardi di euro.
 

Antisismica nelle scuole, gli interventi ammessi

Gli interventi di adeguamento strutturale e antisismico o nuova costruzione devono riguardare gli edifici scolastici di proprietà pubblica ubicati in territori rientranti in una delle zone sismiche 1, 2 o 3. Sono esclusi quelli costruiti o adeguati ai sensi delle norme sismiche emanate successivamente al 1984.
 
Nel caso in cui si opti per la nuova costruzione bisogna motivarne la necessità motivata dal punto di vista funzionale, economico o di inidoneità del sito. Il vecchio immobile deve inoltre essere demolito o messo in sicurezza. In entrambi i casi, l’utilizzo a fini scolastici non sarà più consentito.
 
Non sono consentiti interventi su edifici a destinazione mista (scolastica-abitativa, scolastica-commerciale), a meno che non sia garantito che le risorse stanziate coprano solo gli interventi sulle parti a destinazione scolastica e che la quota di lavori sulle parti a destinazione diversa sia finanziata con altri Fondi.
 
Non sono consentiti neanche gli interventi sugli edifici scolastici di proprietà pubblica già finanziati con altri fondi nazionali e comunitari, fatta eccezione per quelli finanziati per altre finalità.
 
La Regione deve verificare queste condizioni, anche indicendo una Conferenza di servizi, e poi trasmettere il piano degli interventi di adeguamento al Miur.
 

Antisismica nelle scuole, risorse maggiori alla Campania

La ripartizione delle risorse relative al 2016 e 2017 ha premiato la Campania, cui andranno 4,5 milioni. Seguono la Sicilia con 3,9 milioni di euro, il Lazio con 2,8 milioni e la Calabria con 2,3 milioni. Ultimi la Liguria con 401mila euro, il Piemonte con 356mila euro e il Molise con 277mila euro. Non otterranno risorse la Valle d’Aosta e la Provincia Autonoma di Trento.

A partire da questo momento, le Regioni interessate devono attendere una comunicazione con cui il Miur le inviterà a presentare i piani relativi alle annualità 2016 e 2017.
 
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Latina edilizia ed urbanistica ferme Fermi da due anni: «Ora basta», la lettera di alcuni costruttori della città rivolta a Coletta Latina - Un gruppo di imprenditori edili si scaglia contro l’amministrazione Coletta tacciata di immobilismo

La forma è quella dell'appello, ma la sostanza è quella di una denuncia contro l'immobilismo dell'amministrazione comunale. Un gruppo di costruttori del capoluogo rompe gli indugi e scrive una lettera nella quale si descrive una situazione ormai insostenibile. Gli uffici di Piazza del Popolo non rilasciano permessi, concessioni, autorizzazioni; i Piani particolareggiati sono sospesi, l'edilizia è bloccata e le imprese si vedono costrette a licenziare i dipendenti. Non c'è un confronto, nessuna interlocuzione, nessun programma di governo che tenga conto di questa situazione di emergenza. «Siamo stanchi, non è questo il cambiamento che cercavamo e che abbiamo anche sostenuto».
L'approfondimento su Latina Oggi in edicola ora http://www.latinaoggi.eu/news/politica/56500/fermi-da-due-annia-aora-bastaa_-la-lettera-di-alcuni-costruttori-della-citta-rivolta-a-coletta

La Redazione

La ripresa delle morti sul lavoro. Nel 2017 i decessi salgono del 5,2% Tendenza invertita dopo anni di calo. Un effetto dell’economia che riparte, ma anche di investimenti in prevenzione fermi al palo

di Marco Ruffolo
Quando basta un po’ di ripresa economica, accompagnata da un maggior utilizzo di lavoratori over 60, per far risalire il numero di infortuni e di morti sul lavoro, si torna inevitabilmente a dubitare dei progressi realizzati dal nostro Paese per mettere in sicurezza fabbriche e cantieri. Per la prima volta da un quarto di secolo, incidenti e morti aumentano entrambi nei primi sette mesi dell’anno: rispettivamente dell’1,3 e del 5,2 per cento.

Se dopo gli innegabili progressi del passato, prevenzione e controlli subiscono una battuta d’arresto - e questo sembra sia successo durante gli anni della crisi - è ovvio attendersi (adesso che la crisi è passata) che il maggior numero di ore lavorate ci consegni un proporzionale aumento di incidenti. Difficile che il disoccupato di lungo corso che trova finalmente lavoro, anche se precario, si metta a questionare se in un cantiere c’è scarsa protezione contro le cadute dall’alto, o se in fabbrica la pressa meccanica che lavora le lamiere non ha sistemi di trattenimento in caso di guasto.

Le storie dietro ai numeri Fatto sta che alla fine la lista delle morti, definite inspiegabilmente “bianche”, torna a infittirsi allungando un’ombra sinistra sulla ripresa economica. Sei settembre, Settimo Milanese: schiacciato da una pressa in un’azienda di componenti meccanici. Stesso giorno a Roccavione (Cuneo): stritolato dal macchinario di una cartiera. Nove settembre, Presicce (Lecce): precipitato da otto metri mentre stava lavorando sul tetto di un capannone.

Stesso giorno a Oppeano (Verona): colpito dal gancio metallico sospeso di un’acciaieria. Undici settembre, Milano: schiacciato da un ponteggio crollato improvvisamente all’interno di un cantiere edile. Dietro queste storie maledette, sono le statistiche dell’Inail, l’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, a testimoniare la recrudescenza di questa interminabile strage. Tra gennaio e luglio gli incidenti sul lavoro denunciati (ma non ancora riconosciuti come tali) sono stati 380.236, contro i 375.486 degli stessi mesi di un anno fa. I morti sono saliti da 562 a 591, ventinove in più. Quindici di questi sono legati a due note vicende del gennaio scorso: la frana sull’hotel di Rigopiano e la caduta dell’elicottero di soccorso nei pressi di Campo Felice.

Le vittime invisibili Dunque: cinquecentonovantuno morti in sette mesi, quasi tre al giorno. La maggior parte di loro (431) ha perso la vita sul posto di lavoro, gli altri 160 (in forte crescita) durante il tragitto da casa alla fabbrica o al cantiere. Ma non per tutte queste tragedie i superstiti riceveranno un indennizzo dall’Inail (in genere pari a metà della retribuzione): bisognerà dimostrare che l’infortunio è legato al lavoro svolto. E soprattutto che il lavoratore fosse iscritto all’Inail prima di perdere la vita. Di solito viene riconosciuto un 65% dei casi denunciati. Si presume dunque che saranno alla fine circa 380 gli incidenti mortali indennizzabili per i primi sette mesi dell’anno. Ma lo sapremo solo tra un anno.

«È come se il 35-40% di quei morti sparisse», commenta Carlo Soricelli, che da Bologna cura da anni un osservatorio indipendente che monitora gli infortuni mortali sul lavoro. «Questo succede perché molti non sono iscritti all’Inail o sono in nero. Solo un esempio lampante: i pensionati schiacciati dai trattori in campagna. Sono già 105 dall’inizio dell’anno, ma ufficialmente non esistono». Del resto, non è una novità che moltissimi incidenti non solo non vengono indennizzati ma sfuggono del tutto alle stesse statistiche nazionali: infatti manca in Italia un ente pubblico incaricato di registrare la totalità degli infortunati, e non solo quelli iscritti all’Inail.

La maledetta ripresa Ma torniamo ai motivi che hanno interrotto quella che i dati ufficiali hanno finora definito una caduta storica delle morti sul lavoro, anche se contestata dall’Osservatorio di Bologna. Negli ultimi sedici anni i decessi si sono più che dimezzati. E la maggior parte di questo crollo è avvenuto nell’ultimo quinquennio. Merito del maggiore livello di conoscenza e di consapevolezza. Merito della crescente automazione produttiva. E ad abbassare la frequenza degli incidenti ha contribuito anche la crisi economica. Ma se questo è l’andamento degli ultimi decenni, che cosa sta succedendo adesso? Perché per la prima volta aumentano sia la totalità degli infortuni sia le morti sul lavoro?

«È chiaro – dice Franco Bettoni, presidente dell’Anmil, l’associazione dei lavoratori mutilati o invalidi del lavoro – che la preoccupante crescita degli infortuni di questi mesi, concentrata soprattutto nelle attività industriali e nelle aree più produttive del Paese (Nord Ovest, Lombardia in testa, e Nord Est), debba in qualche misura ricondursi ai segnali di ripresa dell’economia». Insomma, più si lavora e si produce, più si è esposti al rischio di infortuni. Ma siamo sicuri che è tutta colpa della crescita?

Quei corsi inutili Un modo per capire se e in che misura entrano in gioco altre cause, è quello di andare a vedere quante sono le morti sul posto di lavoro per ogni milione di occupati. Ossia tener fuori dal calcolo l’aumento dell’occupazione che si è verificato nell’ultimo anno. Nei primi sette mesi del 2016 – si legge nel rapporto dell’Osservatorio sicurezza sul lavoro di Vega Engineering – le morti erano 18,6 per ogni milione di lavoratori. Nello stesso periodo di quest’anno sono salite a 19,2.

Questo significa che gli infortuni mortali sono cresciuti anche a prescindere da quel po’ di ripresa che stiamo conoscendo. «La ripresa – dicono all’Inail – potrebbe avere avuto un ruolo, ma ci sono motivi più importanti per spiegare questo aumento degli infortuni, che tuttavia – è bene chiarirlo – non inverte affatto la caduta storica conosciuta negli ultimi decenni. Uno di questi motivi è l’età sempre più avanzata dei lavoratori, per via delle riforme pensionistiche: i riflessi e la lucidità diminuiscono, i rischi aumentano. Bisognerebbe ripensare all’organizzazione del lavoro nelle imprese, con regole nuove». In effetti quest’anno gli over 60 hanno subìto duemila infortuni in più e il 2% in più di morti sul lavoro.

È possibile inoltre – dicono molti osservatori – che soprattutto durante gli anni della crisi le imprese abbiamo investito meno nei sistemi di prevenzione. O si siano limitate ad organizzare corsi sulla sicurezza di scarsa utilità perché quasi sempre astratti, impartiti lontano dalle fabbriche e dai cantieri. Se a questo si aggiungono i limiti evidenti delle ispezioni e dei controlli pubblici, il quadro è quello di una politica anti-infortunistica ancora piena di buchi.http://www.repubblica.it/economia/2017/09/17/news/la_ripresa_delle_morti_bianche_nel_2017_i_decessi_sul_lavoro_salgono_del_5_2_-175702271/?ref=RHRS-BH-I0-C6-P1-S1.6-T1